Oltre a regine e re (vedi blog precedenti), durante i miei vagabondaggi andalusi mi sono imbattuto anche in divinità greche! Nei Giardini dell’Alcázar di Siviglia, tra le infinite piante ornamentali, potrete imbattervi nel più sobrio, quasi dimesso, acanto: una pianta di origini mediterranee il cui nome deriva dal greco antico “acanthòs”, pianta spinosa.

Narra la mitologia che Acanto fosse una ninfa desiderata dal divino Apollo, ma che non ne ricambiava l’amore. Un giorno decise quindi di rapirla, ma essa reagì tentando la fuga. Quando il Dio del Sole la raggiunse, la povera Acanto tentò di divincolarsi graffiando il volto del bellissimo Apollo; questi decise quindi di punirla e di trasformarla in una pianta, l’acanto appunto.

La bellezza dell’acanto è riconosciuta nei testi classici: Virgilio, nel 50 a.C. immaginava la bellissima Elena di Troia con il peplo (tipico abito greco) di colore bianco con gli orli adornati da foglie di faggio e di acanto. Mentre lo scrittore romano Gaio Plinio Secondo, nel 50 d.C. nei suoi trattati di botanica, suggeriva di adornare i giardini romani con le eleganti piante d’acanto.

La rappresentazione, visibile anche ai giorni nostri, dell’alta considerazione che gli antichi avevano per la pianta dell’acanto, in particolare per le foglie di acanto spinoso, la si può ammirare nei capitelli corinzi di architettura greca e nei capitelli di tipo composito dell’architetture romane. Il primo scultore ad ornare i capitelli con le foglie d’acanto, secondo Vitruvio, fu l’ateniese Callimaco nel 500 a.C. il quale diede vita al celebre stile corinzio. Nel linguaggio dei fiori e delle piante rappresenta il prestigio ed il benessere materiale, perché in passato veniva utilizzata per adornare le vesti dei personaggi più illustri. Ma è anche considerata il simbolo della verginità, poiché è una pianta spontanea che nasce e cresce in terre non coltivate.

Patrik Perret

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