Verso il 1100 a.C. si sviluppò nella zona occidentale dell’Andalusia un fiorente civiltà, basata sull’agricoltura, l’allevamento del bestiame e la lavorazione dei metalli. Gli astuti mercanti fenici, provenienti da Tiro e Sidone (attuale Libano) giunsero presto nella regione per scambiare i loro profumi, avorio, gioielli, olio, vino e tessuti con l’argento e il bronzo andalusi. Col tempo fondarono colonie mercantili sulla costa ad Atra (a ovest di Almería), Almuñécar (chiamata Ex o Sex dai fenici), Málaga (Malaka), Cadice (Gadir) e Huelva (Onuba). Nel VII secolo a. C., allettati  dalle prospettive commerciali, sbarcarono anche i greci. La cultura locale venne quindi fortemente influenzata da queste due civiltà, che vi introdussero i loro dèi e un metodo tecnicamente avanzato di lavorazione dell’oro. Il frutto di questo “melting pot” è conosciuto come civiltà tartessica dal nome di una località (città, stato, regione?) chiamata Tartessos. Anche se la sua esistenza è testimoniata da documenti greci e romani (è citata nella Bibbia: “Tarsìs commerciava con te, per le tue ricchezze d’ogni specie, scambiando le tue merci con argento, ferro, stagno e piombo”, Ezechiele, 27:12) come depositaria di ricchezze leggendarie, resta tuttora avvolta nel mistero. Di questo favoloso regno perduto, nel 1958 sono stati rinvenuti fortunosamente alcuni monili d’oro, facenti parte dell’eccezionale “Tesoro del Carambolo” (dal nome della località alle porte di Siviglia dove venne ritrovato). Studi recenti concludono si tratti di una parure rituale che indossavano animali sacri (buoi) sacrificati nei templi tartessi, ispirati o dedicati al dio Baal e alla dea Astarte, di origine fenicia. Il mistero continua!

Patrik Perret

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